SENTIMENTI: UN MARE SOTTERRANEO

(di Alessandro Zammarelli)


Tempo fa, mentre prestavo servizio come Psicoterapeuta in una struttura pubblica, fui colpito da una breve comunicazione durante un colloquio che ebbi e che chiunque, probabilmente con buone ragioni, definirebbe irrilevante. Quell’episodio fu a me utile per notare il difficile rapporto che persiste da sempre, ma nel mondo moderno in particolar modo, tra emozioni, sentimenti, pensiero e linguaggio. Chiedendo ad un giovane, il quale mi raccontava circa un fatto accadutogli, come si fosse sentito nel vivere quella situazione, egli mi rispose facendomi vedere un’emoticon. Chiesi se poteva descrivere a parole il suo stato emotivo di allora e l’attuale; mi rispose con un’altra emoticon. Probabilmente sarete tutti a conoscenza di cosa sia un’emoticon; per chi non lo fosse, trattasi delle “faccine” con diverse espressioni che vengono utilizzate nei messaggi come strumento per esprimere uno stato emotivo, un sentimento, oppure un’azione che dovrebbe essere in linea con lo stato emotivo della persona e del messaggio che sta scrivendo. I miei pensieri in relazione a quest’episodio non andarono verso le teorie più note dei grandi clinici della storia moderna e contemporanea che già conoscevo: Bion e gli elementi beta, alfa e i legami; Alice Miller e i sentimenti inesplorati; Donnel Stern e l’esperienza non formulata, Freud e Jung le pulsioni e gli affetti, Wilma Bucci e il codice multiplo, per fare solo alcune delle citazioni possibili. Pensai invece ad un mondo di superficie molto rumoroso, che non permetteva il sopravvivere dello spazio necessario ad uno sforzo di comprensione e di espressione; una mancanza, non solo a livello linguistico-relazionale, ma anche di responsabilità del proprio sentire. Di fatto, questa responsabilità era demandata all’emoticon. Quando mi accorsi che questa era una pratica molto diffusa tra i giovani e meno giovani, compresi che lo strumento in questione, indubbiamente molto comodo e sensato per una comunicazione a distanza, poteva divenire uno strumento al servizio della non-comunicazione efficace, funzionale ad evitare una chiara responsabilità dei propri sentimenti e in alcuni casi, per non farne esperienza chiara.

Ma cos’è questo rumore di superficie?

In primo luogo, è un mondo di superficie caratterizzato da un continuo rumore. In molti casi, per alcune persone, il rumore di superficie fa stare meglio oppure, per essere più precisi, fa credere di stare meglio. Il rumore è tutto il sovrastiamolo che si può trovare e di cui si può usufruire per riempire ogni spazio della vita cosciente di ogni giorno ed è fatto anche di cose che forse non hanno alcuna utilità produttiva. Insomma più rumore si fa in superficie e meglio è. La cosa più importante è non lasciare alcuno spazio libero; ma libero per cosa?
Libero per un pensiero circa ciò che si muove al di sotto di questo rumore, un mare sotterraneo fatto di sentimenti, stati d’animo e stati dell’Io che devono restare dove sono, salvo fuoriuscire in alcune situazioni, con eruzioni improvvise, senza alcun tipo di contenimento o diga, come fulmini a ciel sereno. Tutte le possibilità pratiche esperienziali di cui possiamo usufruire oggi nel mondo tecnologico sono indubbiamente interessanti e molto utili (strumenti di comunicazione come WhatsApp, i Social ecc.…) ma rischiano facilmente di assumere la funzione di rumore di superficie e di essere utilizzati come strumento che non permette la reale comunicazione tra i propri stati interni e tra sé e gli altri.

Ma per quale motivo una persona dovrebbe sentire la necessità di nascondere a se stessa una parte così importante di sé?

Le emozioni e i sentimenti possono essere cose molto spiacevoli da provare, specialmente quando non si è in grado di contenerle ed elaborarle, incanalandole in modalità sane di espressione. Questo non è nuovo, già Freud (Freud, 1976), con i chiari limiti della cultura e del tempo in cui viveva, aveva colto, seppur in termini lineari, con il concetto di pulsione, l’importanza della fonte, la meta e l’oggetto; un destino rappresentato dalle possibili vie percorse dalla pulsione come la trasformazione nel contrario, il tornare verso il soggetto, essere rimossa o essere sublimata. La percezione soggettiva qualitativa della pulsione è appunto l’affetto. Sebbene Freud avesse colto il mondo dell’affetto e la pulsione in termini solo vagamente relazionali, bisognerà aspettare Melanie Klein, Bion ed altri autori come Kernberg (2000) e Mitchell (1993) per poter approfondire l’affetto e il sentimento nei termini propriamente relazionali, le relazioni d’oggetto e soprattutto quelle primarie, ma non solo.
In un clima sereno ed equilibrato impariamo grazie alle relazioni con le figure primarie (chi si prende cura di noi fin da piccolissimi) ad osservare, capire e digerire le nostre emozioni e i nostri sentimenti, posto che la persona più adulta sia in grado di accoglierle ed elaborarle per prima al posto nostro. Il processo è un po’ come quello di alcuni animali in natura che operano un primo processo di masticazione per i loro piccoli in modo che questi possano cominciare a nutrirsi imparando dall’adulto. Questo processo però non è semplice perché prevede che anche l’adulto abbia vissuto lo stesso processo nell’infanzia e che quindi sia in grado di sentire ed elaborare le proprie emozioni almeno quanto basta per fare spazio a quelle del piccolo. Infatti, nella metafora della natura, se l’adulto ha la bocca piena del proprio cibo che ancora mastica e che non riesce mai a digerire è molto difficile che possa prepararne per il piccolo. Per chi possa pensare che questo sia un processo che “basta pensarlo e si può fare” chiarisco da subito che si tratta invece di un processo evolutivo importante che ha bisogno di essere appreso progressivamente e che una volta bloccato o rallentato, necessita di una relazione equilibrata di una certa durata per riattivarlo e farne esperienza (Miller,1996).Quindi, se le emozioni e i sentimenti sono stati cortocircuitati nelle relazioni, possono divenire non pensati e possono prendere l’aspetto di cose indigeste, cose che fanno male. Per questa ragione, in alcuni casi, i sentimenti possono venire isolati, sepolti o essere vissuti solo in modo dissociato allorquando sfuggono per un momento al rumore di superficie che la persona ha creato per non poterli ascoltare. Questo magari si manifesta con un piccola crisi emotiva inspiegabile sulla base della situazione contingente, oppure con un malessere fisico che viene facilmente attribuito allo stress. Un momento di malessere anomalo che restituisce per un attimo alla persona un frammento di verità interiore troppo lontana dalla consapevolezza, troppo lontana da un’integrazione nell’identità.

Quando l’esperienza del sentire e dell’integrazione è troppo dolorosa o apparentemente pericolosa per motivi di cui la persona è inconsapevole, si può tentare di aumentare il più possibile il rumore del mondo di superficie per allontanare tale esperienza. Penso, non a caso, che oggi aumentano sempre di più i centri di benessere fisico ed estetico e diminuiscono in modo esponenziale i centri che si occupano della salute psicologica. Certo, anche la forma fisica è importante e ogni strumento per migliorarla è il benvenuto, ma quello che si rileva è un chiaro sbilanciamento nell’utilizzo che ne viene fatto nei termini di uno spostamento eccessivo verso l’interesse di ciò che è fuori e ciò che è immediatamente visibile. Questo mondo di superficie non è fatto solo di cose utili alla nostra esistenza biologica e psicologica, ma anche di cose che hanno come unica utilità, il riempire il più possibile gli spazzi che possano permettere al mare sotterraneo di emergere e invadere i pensieri. Insomma, questo mare sotterraneo ci appare come il nostro più acerrimo nemico. Questi sentimenti nascosti, occultati a sé stessi grazie al rumore, nel tempo possono prendere vie alternative per esprimersi e in alcuni casi anche in modo etero/autodistruttivo oppure posso organizzarsi in forme strutturate socialmente (Gruppi delinquenziali, sette violente, perversioni ecc..). Alice Miller ha in modo molto acuto descritto la modalità con cui sentimenti non ascoltati e negati riemergono sotto forma di perversioni poiché il processo naturale di tali sentimenti è deviato e bloccato dalla cecità difensiva. Molte teorie del passato e anche le più moderne (da S. Freud a W. Bucci e G. Liotti) hanno messo in evidenza come l’impossibilità di pensare e organizzare i sentimenti e le emozioni ad un livello cognitivo superiore, determini l’organizzazione e l’espressione secondo altri codici di cui il mettere in atto (acting out) o il mettere sul corpo (somatizzazioni) è solo quello più evidente.

Spesso, per entrare in contatto con il mare sotterraneo, con l’altro piano, o altro canale, è necessaria una relazione, ma quando questi sentimenti perduti si riaffacciano, necessitano anche di essere contenuti, capiti, elaborati ed integrati in una concezione e percezione più ampia di sé stessi.
Nella mia esperienza di psicoterapeuta, mi è capitato spesso di sentire dopo qualche tempo di terapia, parole accompagnate da un certo stupore come a dire “non avrei mai immaginato di recuperare questi sentimenti che ora so essere parte di me nel bene e nel male, erano dimenticati a tal punto da sembrare essere mai esistiti nella mai vita”. Questa è una cosa molto importante perché restituisce complessità e profondità all’individuo che sente finalmente di essere abitato e di non muoversi più nel rumore e nel vuoto. In alcuni casi questo lento recupero, frammento dopo frammento, perché sia chiaro che si tratta di un processo che richiede del tempo, porta ad una visione più estesa e lungimirante della propria esistenza, alla riduzione di un’agitazione costante e alla diminuzione di un’ansia sottile e persistente che fino a poco tempo prima demarcava il confine tra il rumore di superficie e il mare sotterraneo. Per intenderci, io utilizzo i termini di piani superiori e inferiori, rumore di superficie e mari sotterranei, solo per una questione di comodità teorica personale; potremmo parlare anche di piani paralleli, di canali, di sistemi cognitivi. Ritengo sia solo una questione terminologica. Quello che considero importante in questo breve articolo è la comunicazione metaforica, ma più chiara possibile a chi legge senza essere uno psicoterapeuta o per chi svolge attività in questo ambito, di quello che è il mondo della consapevolezza e dell’inconsapevolezza, convinto anche del fatto che ci sarebbe molto altro ancora da raccontare. Insomma, in queste righe vorrei prediligere l’aspetto divulgativo e accessibile a chiunque.

Come dicevamo, spesso questi sentimenti, questi frammenti inascoltati di sé, spesso legati alla storia personale, si riaffacciano con forza all’instaurarsi di una relazione profonda che li risveglia in lontananza. Spesso si tratta una relazione d’amore, di odio oppure una relazione di tipo psicoterapeutico.
Non di rado chi si rivolge ad uno psicoterapeuta lo fa quando entra in una nuova relazione che scatena sentimenti confusi o difficili da contenere, oppure quando termina una relazione importante, per via dei sentimenti rievocati dalla separazione. Entrare in contatto con questi sentimenti non basta, essi (come detto precedentemente), hanno bisogno di essere incanalati in un processo di elaborazione, di digestione e questa è un’arte che si comincia ad apprendere da piccolissimi. La relazione terapeutica, oltre alle altre funzioni, riattiva questo processo evolutivo. La relazione terapeutica non aiuta solamente a prendere conoscenza delle parti e dei sentimenti in ombra, ma è anche un laboratorio in cui le emozioni e i sentimenti vanno incontro ad una trasformazione, ad una evoluzione, ad una integrazione nei termini di processo evolutivo; in termini di integrazione della personalità e in alleanza con un senso di realtà sufficientemente sano. Se questo processo è bloccato per qualsiasi ragione, la persona potrà sentire di non abitare realmente se stessa e di ricercare questo senso di sé in situazioni relazionali magari dolorose, sadiche, masochistiche e in alcuni casi anche pericolose.
Le cronache di tutti i giorni ci riportano episodi di violenza, suicidi, bullismo, torture che hanno per protagonisti soggetti sempre più giovani. Il rumore di superficie viene alimentato continuamente e non permette l’elaborazione di sentimenti che ci costituiscono. Questi sentimenti indubbiamente non sono sempre piacevoli e spesso ci si trova ad essere abitati da un sentire ben più scomodo, fatto ad esempio di rabbia o di invidia. Questi sentimenti negativi non sono distruttivi in sé, ma possono diventarlo se persistono senza trovare una giusta collocazione nella nostra storia e nella nostra esistenza.
Kernberg (2000) ha sostenuto che il sentimento di odio non è primario, ma deriva dalla rabbia protratta nel tempo, non elaborata e non integrata con altri sentimenti e aspetti della personalità.  In un certo senso anche Bion (1970) la pensava in termini simili. Il giovane inascoltato o impossibilitato ad ascoltarsi potrebbe essere trasportato da un rumore di superficie sempre più assordante, che lo pone nella posizione di non rendersi conto di ciò che sta facendo. Spesso questi ragazzi dopo l’accaduto sembrano risvegliarsi da un sogno, allora, e solo allora, si rendono conto di ciò che hanno commesso, oppure di ciò cui hanno preso parte. Purtroppo in alcuni si trovano poi catapultati in una nuova vita ancor più difficile e complicata di prima proprio a causa di ciò che hanno commesso. Ma a questo livello, ci sono anche giovani ancor più difficili da raggiungere, quelli in cui la rabbia e l’amore urlati interiormente per lungo tempo e mai ascoltati, sono divenuti pervasi di odio per se stessi e per il mondo; giovani spesso traditi delle più importanti figure autorevoli che si sarebbero dovute occupare di loro anche da un punto di vista emotivo/affettivo. Far resuscitare la fiducia in questi giovani è una sfida grandissima, ma possibile.
Spesso mi trovo a riflettere sul cambiamento della nostra società e della persona, se questo possa lasciare spazio ad una cultura esistenziale basata anche sulla riflessione oltre che sull’azione ( la prima fondamentale per la vita quanto la seconda); se l’individuo possa essere ancora guidato all’ascolto di sé e quanto possa riuscire ad andare oltre quell’onnipotenza narcisistica che fa di ogni aspetto libidico, amore, vita, costruttività, qualcosa di pericoloso, “qualcosa che scotta” (Kernberg, 2000); che fa della comprensione profonda di sé, qualcosa da cui fuggire con tutte le conseguenze che oggi viviamo in termini di crimini, abusi, dipendenze e violazione dell’altro. Mi chiedo dunque se si possa ricorrere alla richiesta di un aiuto nella ricerca di quel mare dimenticato e inascoltato, fonte nel bene e nel male di ricchezze per la vita. Alcuni ci riescono e dai segnali rimandatimi dalla mia attività c’è ancora un buon margine di recupero. Ma tutto questo solo se si stimolerà la curiosità a domandarsi e se la psicologia divulgativa comincerà a parlare in modo chiaro e fruibile a tutti, senza banalizzare certamente, ma anche senza tecnicizzare troppo un linguaggio che altrimenti rischierebbe di perdersi come un messaggio in una bottiglia alla deriva e mai raggiungere la sua destinazione: la coscienza umana.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Bion, W.R. (1970), Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico. Armando Editore, Roma.

Freud, S. (1976), Pulsioni e loro destini. In Opere, vol. 8. Bollati Boringhieri Editore, Milano.

Kernberg, O., Yeomans, F., Clarckin, J. (2000), Psicoterapia delle personalità borderline. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Liotti, G. (1993), Le discontinuità della coscienza. Etiologia, diagnosi e psicoterapia dei disturbi dissociativi. Franco Angeli, Milano.

Mitchell, S.A. (1993), Gli orientamenti relazionali in Psicoanalisi per un modello integrato. Bollati Boringhieri, Milano

Miller, A. (1996), Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé. Bollati Boringhieri, Torino.

Stern, Donnel (2007), L’esperienza non formulata. Dalla dissociazione all’immaginazione in Psicoanalisi. Del Cerro, Pisa.