MITCHELL: LA SPIAGGIA E LA MAREA, APOLLO E DIONISIO.UNA PROSPETTIVA RELAZIONALE

 

 

Stephen A. Mitchell nel suo celebre lavoro del 1988 sugli orientamenti relazionali in psicoanalisi, dopo una breve disamina dei diversi approcci psicoanalitici, affronta il tema del narcisismo proponendo un approccio che integri diversi orientamenti teorici.

Secondo Mitchell occorre prima di tutto fare una distinzione per valutare la presenza di una vera e propria psicopatologia in ambito narcisistico. Ciò che distingue la patologia dalla “normalità” sta nella presenza di un atteggiamento particolare di fronte al contenuto del pensiero narcisistico. Il problema risiederebbe non tanto nel contenuto, ma nella struttura di personalità che guiderebbe il soggetto ad avere un certo tipo di atteggiamento rispetto al contenuto stesso. Capita ad ogni individuo di avere pensieri di sopravvalutazione simili a quelli grandiosi del narcisista, ad esempio l’idea di diventare importanti nell’ambito della propria professione, oppure l’immergersi per un momento nella fantasia di un’immagine di sè come persona di successo; in tutto ciò non v’è nulla di anormale e simili pensieri possono anche stimolare la crescita personale dell’individuo. Ciò che rende i pensieri grandiosi problematici non è il fatto di essere nella mente in quanto tali, ma è l’incapacità del soggetto di riuscire ad abbandonarli per ritornare alla veste di tutti i giorni.

Per spiegare questo sottile concetto Mitchell prende in prestito l’idea di Nietzsche sulle due dimensioni fondamentali della vita e sul modello di vita tragico.

Secondo Nietzsche ogni essere umano vive da una parte in un mondo di illusioni con cui gioca e poi scarta, dall’altra vive emergendo da una fonte universale di energia solamente per il tempo che basta ad esprimersi e poi ritorna in immersione. Il primo movimento vitale è chiamato apollineo poiché Apollo è il dio del sogno e dell’illusione mentre il secondo è chiamato dionisiaco poiché Dionisio rappresenta la reimmersione nell’unità indifferenziata fonte universale di energia e rappresenta lo svanire inevitabile di tutte le illusioni.

Seguendo questa linea, secondo Nietzsche esiste un modello di vita in equilibrio tra i due estremi (apollineo e dionisiaco) che definisce tragico.

Lo stile di vita tragico, spogliato di ogni connotazione negativa del termine, è quello di colui che sa essere “capace” di farsi catturare momentaneamente dalle sue illusioni e essere“in grado” da rinunciarvi di fronte alla realtà della vita. Mitchell descrive i diversi stili di vita immaginando di essere sulla spiaggia durante la bassa marea. Nello stile di vita apollineo l’uomo costruisce alti castelli di sabbia come se le sue costruzioni dovessero durare in eterno e non contempla la possibilità che la marea possa giungere a disfare tutta la sua creazione. Egli ignora la realtà.

Nello stile di vita dionisiaco invece l’uomo sa che la marea inevitabilmente giungerà a distruggere ogni sua opera fatta di sabbia e dunque decide di non costruire nulla. Egli è solo preoccupato per la natura effimera della vita e dunque non sa giocare, non sa illudersi e non sa creare.

L’uomo dionisiaco è l’uomo schiavo della realtà e svuotato da essa, mentre l’uomo apollineo ignora la realtà ed è per questo sempre sorpreso e ferito da essa.

Ma c’è uno stile di vita che si trova proprio in equilibrio tra questi due estremi e si tratta dello stile di vita dell’uomo tragico. Egli sa che la marea arriverà, ma costruisce castelli e anzi, proprio il sapere ciò accentua la sua passione. Egli si rende conto della realtà ma si rende conto anche dell’importanza che ha il giocare con le illusioni.

Quindi secondo Mitchell il narcisismo sano rispecchia l’equilibrio tra illusioni e realtà dell’uomo tragico, mentre il narcisismo patologico coincide con lo stile apollineo che coltiva solo illusioni incurante della realtà e con lo stile dionisiaco che ormai disilluso aspetta la marea.

Per Mitchell le relazioni con le figure significative sono indispensabili per la formazione di una struttura caratteriale che permetta un equilibrio tra Apollo e Dionisio, tra illusioni e realtà. Appare importante una relazione in cui il genitore si senta a suo agio con il bambino in entrambe le modalità, sia nelle illusioni giocose di grandiosità, di idealizzazione e fusione, sia nelle delusioni e nei ridimensionamenti dettati dalla realtà. Se il genitore per primo non sa mantenersi in equilibrio tra illusione e realtà di certo sarà difficile che il figlio possa apprendere come mantenersi tra questi due estremi.Una relazione ottimale è quella in cui il genitore sa vivere e godere delle illusioni del figlio e delle proprie senza lasciarsene imprigionare e sa trovare la forza, arrivati ad un certo punto, di vivere se tesso e il bambino anche in modo realistico.

Mitchell (Mitchell, 1988, p. 177) scrive:

 

…ora è il bambino ad essere esaltato, ora il genitore, ora tutti e due insieme. La risposta del genitore ideale non è né l’immersione totale nell’illusione né il razionalismo cinico, ma la capacità di giocare con le illusioni senza mai dimenticare che si tratta di un gioco…

 

e senza dimenticare che la realtà tornerà a bussare alla porta.

Se un genitore è dipendente dalle illusioni queste diventano vitali per il bambino poiché avverte che l’unico modo per entrare in contatto con il genitore è condividere le sue illusioni. Così un bambino sente che deve essere perfetto e infallibile se vuole essere visto dal genitore, oppure venerare il genitore, che non ha mai abbandonato la dipendenza dalle illusioni, come essere perfetto e infallibile.

Nei casi di folie à deux il bambino adotta l’illusione del genitore (indispensabile motivo vitale per il genitore) per salvare l’oggetto tramite identificazione con esso. Questo è di estrema importanza perché ci fa comprendere che per il bambino abbandonare le illusioni genitoriali significa l’abbandono dei genitori stessi.

Le illusioni vengono portate avanti per tutta la vita perché ora rappresentano relazioni d’oggetto interiorizzate indispensabili, o secondo Fairbairn relazioni con gli oggetti cattivi.

Specifichiamo bene che si tratta di un comportamento in cui il genitore non gioca con le proprie illusioni, ma le prende sul serio, talmente sul serio che il bambino avverte l’importanza del mantenerle perché perderle significherebbe perdere il genitore.Chi si prende cura deve essere in grado di giocare, costruire illusioni ed essere presenza rassicurante di fronte al ritorno della realtà. Ma non deve essere dipendente dalla marea che arriva, dall’ondata di realtà che spazza via i castelli di sabbia, poiché non riuscirebbe a sopportare il gioco delle fantasie e delle illusioni prodotte in modo spontaneo dal bambino. Questa interazione genitore/figlio guiderà tutte le future relazioni interpersonali e in caso negativo il soggetto entrerà sempre in relazione con la modalità che egli conosce bene, vale a dire quella di assecondare le illusioni dell’altro oppure assecondare quella incapacità di fantasticare ed illudersi.Il fatto è che il bambino comprende che egli non esiste se non come figura che serve al genitore ed è come se il genitore dicesse: “Se tu non sei come io ho bisogno che tu sia, per me non esisti” o anche “Riesco a vedere in te solo quello che ci metto io, se non lo vedo, non vedo niente” ( Mitchell 1988, p. 178).

Nel modello di Mitchell viene posta molta attenzione all’importanza delle relazioni reali nello strutturare la personalità dell’individuo e nel guidare, come schemi appresi, i futuri legami intimi sia reali che immaginari. Grandiosità e idealizzazione funzionano dunque come modelli di interazione appresi. Per un bambino ribellarsi a questo gioco, a questi modelli appresi, significa cambiare e morire, come il paziente che nel processo analitico comincia il cambiamento personale. Nel cambiamento i pazienti cominciano a sentirsi staccati dai loro genitori interni e questo significa perdita di ogni punto di riferimento anche se si trattava di un riferimento patologico. Racamier (1992) e Searles (1965) prima di lui hanno parlato molto della risposta della persona al cambiamento. Il cambiamento spaventa e si tratta di una paura complessa. Il cambiamento è perdita e tale perdita si manifesta sempre prima della scoperta. Cambiare significa perdere un’armatura difensiva che era servita a sopravvivere e perdere un oggetto insostituibile anche se incostante: significa perdere inevitabilmente una parte di sé o perdere se stessi e morire. La spinta al cambiamento viene avvertita (è fortunato colui che sente tale spinta) ma allo stesso tempo la si teme poiché non cambiare è morire, ma anche cambiare può sembrare quasi morire.

Cambiare significa anche modificare una struttura, un sistema, un modo di essere nel mondo considerato l’unico concepibile fino a quel momento e l’unico che apparentemente si conosce. Non c’è cambiamento senza un po’ di sofferenza. Questo è il lutto e non è mai stato privo di dolore. Questa sofferenza è di due tipi: c’è il dolore “patologico” della stasi, dell’immutabile, del tempo indefinito, del galleggiamento psichico; e c’è il dolore del passaggio dal vecchio sistema, dal vecchio modo di essere ad uno nuovo, sconosciuto, dove non esistono apparentemente punti di riferimento se non nell’identità coesa e formata, una nuova terra da conquistare e coltivare, forse apparentemente pericolosa e sconosciuta, ma con una personalità capace di muoversi tra illusioni, desideri e realtà.

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

 

 

Mitchell, S.A. (1988), Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi, Parte IV, tr. it. Boringhieri, Torino, 1993.

 

Racamier, P.C. (1992), Le gènies des origines. Psychanalyse et psychoses. Trad. it. In Il genio delle origini. Psicoanalisi e psicosi. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1993.

 

Searles, H. (1965), L’angoscia di fronte al cambiamento quale si osserva nella psicoterapia degli schizofrenici. Trad. it. In Scritti sulla schizofrenia. Boringhieri, Torino 1974.