ALICE MILLER. I SENTIMENTI DELL'INFANZIA PERDUTA E LA LORO STORIA

( di Alessandro Zammarelli)

Poche autrici con il loro modo di scrivere colpiscono profondamente come Alice Miller. Il mio interesse per il suo pensiero è nato leggendo il famoso libro Il bambino dotato e la ricerca del vero sé. Ma anche tutti gli altri suoi lavori sono intrisi di una tale verità e lucidità da sconvolgere il lettore. Tutti i colleghi che come me lavorano in terapia con persone con infanzie “infelici”, traumatiche costellate di abusi, intrusioni, seduzioni, abbandoni, manipolazioni, troveranno nei libri di Alice Miller, in parte, una risposta al perché di alcune profonde infelicità dei loro assistiti. Alice Miller rimanda all’importanza di considerare, in Psicoanalisi o in qualsiasi altro tipo di Psicoterapia, tanto la storia reale del paziente e i sentimenti associati, quanto le sue fantasie in termini psicoanalitici; non si può comprendere profondamente una persona senza considerarle entrambe.
Il mio interesse per questa autrice è nato anche da una richiesta pressante e sotterranea dei pazienti di riconoscerli nel loro vissuto traumatico e doloroso. Nel tempo ho cominciato a lavorare con le fantasie inconsce, accostando a queste l’importanza della realtà vissuta dai pazienti e, soprattutto, ho cominciato ad accogliere gli affetti mai ascoltati; quegli affetti che spesso con troppa facilità vengono attribuiti alle fantasie del soggetto. Una Psicoterapia moderna esige il mettere insieme l’importanza delle fantasie inconsce e l’importanza del vissuto reale nella storia del paziente.
In termini psicoanalitici, il termine “catarsi” fu ripreso da Freud e Breuer nel 1885 proprio per indicare la liberazione delle emozioni assieme ai ricordi autobiografici dei pazienti isterici attraverso il metodo denominato, appunto, “catartico”. La prima idea di Freud circa l'importanza degli affetti non era intrinsecamente legata alle pulsioni, ma all’esperienza reale. Nel famoso metodo catartico, il recupero del ricordo e dell'affetto provato in un determinato momento (affetto che era stato represso) determinava la guarigione del paziente isterico. Questa visione iniziale di Freud, che faceva seguito alle idee di Breuer, in una certa misura inaugurava lo sviluppo di un metodo ancora attuale nel suo meccanismo di base, pur se cambiato nel metodo: oggi si ritiene essenziale il contatto con il vissuto affettivo, ma anche con il vissuto storico del paziente. Il recupero dei fatti e dei sentimenti conduce anche alla percezione di un’identità che è frutto della storia personale, cioè prende origine da una costellazione di fatti relazionali e non è un pianeta autogeneratosi nel vuoto dello spazio con il sentimento di onnipotenza, solitudine e infelicità che ne consegue. Infatti, negare l’infanzia, pur se infelice, significa negare le nostre origini.
Poco importa che il ricordo sia affidabile o che questo sia una ricostruzione; l'importante è che il filo della storia del soggetto non sia un filo spezzato, poiché è un filo che conduce alle Origini (Racamier, 1995).

 

“Riannodare il filo degli antecedenti; e poco importa, dopo tutto, che questo filo sia storicamente esatto o meno. Chi, in effetti senza qualche follia potrebbe vantarsi di avere una fedele visione della storia della propria vita e della propria famiglia? Questa storia è sempre fatta da un miscuglio di verità e di leggenda, e ciò che più importa è che questo filo non sia un filo spezzato”. (Racamier, 1995, pag 160)

 

Alice Miller ha fatto di questo metodo, cioè del recupero degli affetti e della realtà vissuta, il suo intervento elettivo.
Alla base del pensiero di Alice Miller e della sua tecnica dello Smascheramento c’è la rimozione del passato. Il bambino che ha vissuto nella sua infanzia relazioni caratterizzate da maltrattamento, violenza fisica o psichica, rimuove il trauma insieme alla reale esperienza vissuta, sostituendolo con il non ricordo, o con la fantasia di un’infanzia felice. La storia traumatica diventa “non vista”, insieme a tutti gli affetti annessi come la rabbia, la solitudine e la vergogna; ma anche insieme al bisogno d’affetto, di presenza benevola e affettuosa.  Miller ha criticato aspramente un certo modo di fare Psicoanalisi, nell’intento di ridare la prospettiva della verità alla persona ed ha trattato il trauma nelle sue varie forme, dall'abuso emotivo e narcisistico all'abuso fisico, dal trauma dell'intrusione a quello dell'abbandono, e ha fatto della disposizione ad accogliere gli affetti dimenticati il suo metodo principale di lavoro.

 

Quando però in seguito nell'adulto emergono durante la terapia i sentimenti infantili di abbandono, ciò avviene con una sofferenza e una disperazione di tale intensità che ci risulta evidente che quel bambino non sarebbe sopravvissuto al proprio dolore…dunque i sentimenti erano stati respinti nell'inconscio. Mettere in dubbio questa dinamica vorrebbe dire smentire i dati che provengono dal lavoro terapeutico. (Miller,1996, pag.18)

 

La soddisfazione dei bisogni e degli affetti rimossi, secondo Miller, viene ricercata, in seno alla negazione, in modo dissociato (anche se Miller utilizza solo il termine rimozione) tramite droghe, gruppi violenti e relazioni perverse. Il bisogno ed il dolore tenuti nascosti a se stessi divengono perversi; perversi nel senso che prendono delle forme e delle vie di percorso che si allontanano dal sentimento originario. Solo una volta riconosciuti la disperazione, la rabbia, l'indignazione ed il dolore per gli abusi subiti, può emergere anche il bisogno affettivo per lungo tempo nascosto. La rabbia non dura a lungo e lascia il posto ad un senso di consapevolezza, di empatia per se stessi e di perdono e comprensione per chi ha perpetrato l'abuso, qualunque esso sia, fisico o psicologico. Ma va chiarito che questa dell’elaborazione della rabbia non è un’operazione che si può fare in modo pianificato e tecnico, semplicemente pensandolo, ma richiede un percorso e un recupero nel tempo. Molti potrebbero ingenuamente pensare che basti dirsi: “va bene, allora devo essere in un certo modo per risolvere…”, ma non è così; in questo caso significherebbe nuovamente negare e costruire un sé non autentico e non sentito. Si tratta di un processo che richiede il tempo del recupero di un’autenticità profonda, e questo processo non può essere forzato. Con il rivivere degli affetti penosi e del bisogno affettivo per lungo tempo negato, i sintomi svaniscono o si attenuano. Solo allora emerge un senso di sé vero. Il vero sé di cui parla Miller è una scoperta, una terra nuova, mai abitata o abitata solo in parte.
L’autrice è convinta che i bisogni veri del bambino, come anche i sentimenti di rabbia, paura e indignazione, vengono scissi e poi rimossi; senza esserne consapevole, il soggetto continuerà a vivere immerso nel passato.
Rimozione o dissociazione? Miller parla davvero molto poco di dissociazione, eppure il senso che rimanda il suo esprimersi nei testi, se spesso si avvicina alla rimozione in senso stretto, altre volte fa pensare ad una sorta di dissociazione, che porta ad agire inconsapevolmente e in stati alterati di coscienza la rabbia e il bisogno, tramite comportamenti pericolosi verso se stessi e verso gli altri, oppure tramite comportamenti di richiesta infantile dissociata che cortocircuitano il vissuto e la capacità di elaborazione del soggetto cui sono indirizzati, come in questo esempio:

 

Barbara di trentacinque anni, riuscì a vivere per la prima volta in terapia le angosce che fino ad allora aveva rimosso e che erano legate ad un episodio terribile della sua vita. Tornando una volta da scuola all'età di dieci anni, il giorno del compleanno della mamma, la trovò in camera da pranzo, distesa sul pavimento e con gli occhi chiusi. La credette morta e lanciò un urlo disperato. A quel punto la madre aprì gli occhi e disse quasi in estasi: “Mi hai fatto il miglior regalo di compleanno che potessi aspettarmi: adesso so che qualcuno mi ama!” (Miler, 1996, pagg.40-41).

 

Sentimenti di terrore e di perdita possono essere allontanati ed agiti in diverse modalità, come nel caso del paziente che ripeteva sempre la stessa modalità di relazione con le donne; conquistava e poi abbandonava. La rabbia nei confronti di una madre traumaticamente lontana e il forte bisogno affettivo non potevano esser avvicinati poiché dolorosissimi e ritraumatizzanti; dunque venivano ripetuti tramite comportamenti in cui non solo il soggetto feriva le donne con cui aveva delle relazioni, ma si sentiva sempre più solo proprio come era stato da bambino. Ciò che risulta interessante è osservare come con un atto, un agito, la persona possa riportare alla luce la personale  storia relazionale, quel modello di relazione sé-altro, che non può essere riconosciuto interiormente poiché troppo doloroso e che quindi si proietta, vivendolo inconsapevolmente, nei più disparati scenari della vita personale privata e pubblica. Questi comportamenti non devono essere necessariamente evidenti, possono essere anche piccoli modi di interagire che nel tempo acquistano valenza distruttiva verso altri o verso se stessi. Un esempio che mi viene in mente è quello dell’abuso del potere sul posto di lavoro, dove qualcuno o qualcuna controlla in modo perverso l’altro, non certo per fini lavorativi, come sostiene ma, più inconsciamente, al fine di recuperare una sorta di controllo sull’altro che nella propria infanzia è mancato. In questo caso molto comune, il potere viene utilizzato per convertire in modo perverso il senso di passività vissuto nell’infanzia con il senso di potenza nello schiacciare il sottoposto che, nella fantasia del momento, può essere il genitore da punire per i torti che la persona sente di aver ricevuto, oppure l’amico del passato che ha inferto una ferita o altro. Sembra un trionfo, ma è la triste conseguenza dell’incapacità di consapevolezza che lascia la persona nell’illusione di aver risolto il suo bisogno nella messa in scena in termini di potere-controllo, ma  dove in realtà è profondamente sola, in una terra bruciata da cui non può nascere nulla di buono, e dove può riprodursi solo dolore.

Il recupero dei sentimenti provati e poi tenuti isolati, insieme alla storia dei traumi vissuti, fa emergere un “sano sentimento di Sé” ossia la sicurezza che i sentimenti e i desideri provati appartengono al proprio sé (Miller, 1996, pag. 39). Questa sicurezza non è frutto di riflessione, ma semplicemente esiste o dovrebbe esistere; è come il battito del polso, al quale non si bada fino a che il suo funzionamento è normale.

 

Gli è consentito di vivere i propri sentimenti; può essere triste, disperato, avere bisogno di aiuto, senza dover temere per questo di aver reso insicuro qualcuno. Gli è consentito spaventarsi se minacciato, può diventare cattivo se non riesce a soddisfare i propri desideri...può esprimere ciò che vuole senza preoccuparsi di venire amato o odiato per questo (Miller, 1996, pag. 39).

 

La possibilità di rivivere e di chiarire la rabbia, la paura e l'indignazione così a lungo accumulate può far emergere ricordi infantili tenuti fino ad allora isolati. Il soggetto per Miller diventa capace di rendersi conto dei fatti reali accaduti e quindi di rendersi conto anche della legittimità della propria rabbia. Ma la rabbia è un sentimento che non può durare a lungo; se vissuta e chiarita lascia lo spazio ad una visione più realistica della propria infanzia, dei propri genitori che vengono percepiti adesso come fragili e bisognosi. Questa nuova consapevolezza porta con sé il riconsiderare la relazione con i propri genitori in ciò che di positivo c'è stato senza negare il negativo vissuto. Credo che chiunque voglia trattare pazienti con un passato familiare più o meno traumatico potrebbe trovare un ottimo aiuto leggendo Alice Miller, soprattutto per il modo in cui parla dei sentimenti negativi come la rabbia, dandone la visione di un sentimento fondamentalmente necessario, ma che ha bisogno di essere elaborato e integrato in modo sano, di cui si può aver paura soltanto se non ne viene riconosciuto il diritto ad esistere. Tutti i soggetti feriti, abusati, maltrattati, trascurati provano rabbia. Una rabbia che si sbilancia continuamente verso un agito espressivo e poi verso una chiusura impenetrabile. Chiunque è ferito prova rabbia, prima della tristezza e della depressione. Quella rabbia intimamente legata alla ferita su cui non si getta lo sguardo prosegue la sua corsa verso agiti di diverso tipo, anche molto pericolosi.

Per Alice Miller, ad esempio, sia la depressione sia la grandiosità sono negazioni di un’infanzia dolorosa.

 

Sia il soggetto grandioso che quello depresso negano completamente la realtà della loro infanzia in quanto vivono entrambi come se fosse possibile recuperare la disponibilità dei genitori: il grandioso nell'illusione di riuscirvi, il depresso nell'angoscia continua di perdere la dedizione dei genitori per propria colpa. Nessuno dei due però riesce ad accettare la verità, ad ammettere cioè che nel proprio passato non c'era amore e che questo fatto non potrà essere mutato con tutta la buona volontà del mondo. (Miller,1996, pag.71)

 

Possono verificarsi qui tre situazioni:

 

1) Non ricordo nulla della mia infanzia

 

2) La mia è stata un'infanzia felice

 

3) Sono sempre stato precoce; da piccolo ero l'orgoglio dei miei genitori; si diceva di me che ero un bambino dotato.

 

Nel primo caso secondo la Miller è avvenuto un fenomeno di rimozione e i ricordi sono resi non accessibili alla coscienza.

Nel secondo caso, quello dell'infanzia felice (quando magari non lo è stata affatto ed in base a questo il soggetto non riesce a spiegarsi il perché della sua infelicità in età adulta), si attua una negazione della negatività ed una costruzione idealizzata del vissuto infantile e dei genitori.

Nell'ultimo caso il soggetto può raccontare di essere stato sempre precoce ed aver costituito l'orgoglio della sua famiglia, e non si riesce a spiegare il contrasto tra le capacità del bambino e l'infelicità dell’adulto che è ora.

L'immagine di sé però viene raccontata in maniera acritica, oppure, in certi casi, viene raccontata con indifferenza e mancanza di partecipazione.

Questi bambini sono spesso stati definiti dai genitori come "bravi" e "dotati" perché hanno avuto dei comportamenti precoci per quello che riguarda l'indipendenza (alimentazione, controllo degli sfinteri, deambulazione eretta, comportamento all'asilo, gestione della propria vita, assunzione di responsabilità nei confronti dei fratellini più piccoli). Tutto ciò però nasconde una profonda sofferenza, una profonda dipendenza, una profonda infelicità ed incapacità di affidarsi al proprio sentire. Durante i primi anni di vita, dunque, il bambino può subire i traumi più forti e dolorosi. Ma, dal momento che l'unica sua risorsa contro il dolore è la rimozione immediata, il piccolo dimentica subito la ferita fisica o/e psicologica che gli viene inferta da chi dovrebbe invece provvedere ai suoi bisogni. Nessun bambino può infatti sopportare e neanche concepire l'idea di non essere al centro dell'amore disinteressato dei propri genitori.

 

"Un bambino male amato o non desiderato è destinato a divenire un adulto potenzialmente violento, che si rifarà sugli altri per i traumi del disamore patito, o che batterà i figli come fossero metallo da forgiare, fino a trarne ubbidienti robot di cui potersi servire”, rischiando così, di produrre altri futuri oppressori o criminali. (Miller)

 

Queste dinamiche, ad un occhio esperto, sono visibili in moltissimi luoghi della società in cui viviamo, non solo in famiglia, benché questa ne possa essere l’origine, spesso nascosti in piccoli comportamenti banali che sono solo il preludio e ben altri tentativi di controllo e abuso. Rimettere in atto questi comportamenti significa perpetrare il malessere nell’ambiente in cui si vive: sul posto di lavoro, a scuola, nelle istituzioni ecc…
Miller si è occupata, oltre che di abusi fisici, anche di abusi emotivi, compreso l'abuso narcisistico che alcuni bambini vivono nelle loro famiglie.
Il bambino ammira e ama smisuratamente i propri genitori: e quale più irresistibile tentazione potrebbe offrirsi ai bisogni emotivi irrisolti dei genitori stessi? Cedere a questa tentazione comporta un abuso emotivo del bambino che si sostanzia nel capovolgimento dei ruoli, per cui il genitore si aspetta di essere emotivamente soccorso ed assistito dal figlio. Inevitabilmente, allora, si produce il disprezzo per il bambino, data la sua ovvia inadeguatezza in rapporto a tali “deliranti” aspettative. Il bambino emotivamente abusato è dunque anche svalutato e proprio per questo fa del suo meglio, sviluppando delle capacità empatiche fuori dal comune: in questo senso si realizza il dramma del bambino “dotato”. La Miller chiarisce che il problema di chi si prende cura del bambino non è la cattiveria, ma la richiesta inconsapevole del soddisfacimento di bisogni affettivi mai soddisfatti nell’infanzia. Il maltrattamento perpetrato dall’adulto è dovuto all'inconsapevole rabbia agita per i maltrattamenti emotivi o fisici subiti nella propria infanzia (Miller, 1996). In questi termini, si potrebbe aprire un ampio e interessante capitolo incentrato sulla transgenerazionalità del trauma e sui disturbi della personalità ad un certo livello di  funzionamento. Cercherò presto di trattare l'argomento in un articolo dedicato.

Riporto di seguito le parole dell'autrice che esprimono chiaramente il suo pensiero circa le relazioni traumatiche vissute nell'infanzia e il lungo percorso terapeutico per elaborarle. Con queste righe,chiudo l’articolo e ringrazio Alice Miller per l’ispirazione che ancora giornalmente sa infondere a tutti i terapeuti che si occupano di traumi infantili.

 

Nel corso della mia vita, nessun cammino è stato tanto lungo da seguire quanto quello che mi ha condotto a me stessa. Non so se sono io un’eccezione, o se altri vi siano passati. Di sicuro alcuni ne scampano, dato che per fortuna ci sono persone che hanno avuto la buona sorte di essere completamente accettate per quel che erano dai genitori fin dalla nascita, con i loro sentimenti e i loro bisogni. Queste persone vi hanno avuto accesso fin da subito, non hanno avuto il bisogno di rimuoverli [sentimenti e bisogni, n.d.t.], e non sono state obbligate ad intraprendere percorsi molto lunghi per trovare ciò che non avevano ricevuto al momento giusto. Quello che ho vissuto io è che mi è stata necessaria tutta una vita perché finalmente mi autorizzassi ad essere come sono, e a sentire ciò che la mia verità interiore mi dice in modo sempre meno criptata, senza aspettare un’autorizzazione dall’esterno, da parte di persone che simbolizzino i miei genitori. Mi viene chiesto regolarmente cos’è per me una terapia riuscita, nonostante ne abbia già indirettamente descritto gli elementi in più libri. Ma ora, dopo questa breve introduzione, sono in grado di rispondere in modo più semplice: una terapia è riuscita nella misura in cui contribuisce ad accorciare il lungo cammino che porta a liberarsi delle vecchie strategie di adattamento, e ad imparare ad avere fiducia del proprio sentire, cosa che i nostri genitori ci hanno reso difficile e a volte impossibile. Per molti/molte questo cammino rimane sbarrato, perché l’accesso ci è stato vietato fin da subito e perché per questo motivo si è pieni di paura all’idea di intraprenderlo. Più tardi, il ruolo che era svolto dai genitori viene ripreso dagli insegnanti, dai preti, dalla società, dalla morale, così tanto bene che la paura diventa dura come cemento, e tutti sappiamo quanto sia difficile riportare il cemento allo stato liquido. I molti metodi di auto-apprendimento della comunicazione non violenta, così come i consigli preziosi e avveduti di Thomas Gordon e Marshall Rosenberg, sono certo molto efficaci quando le persone che ne fanno uso abbiano avuto la possibilità durante la loro infanzia di manifestare i propri sentimenti senza essere messi in pericolo, circondati da adulti la cui capacità di vivere il più possibile vicino a sé stessi ha potuto servir loro da modello. Ma i bambini gravemente feriti nella loro identità più tardi non sapranno identificare ciò che sentono, e ciò di cui hanno davvero bisogno. Innanzi tutto, dovranno farne pratica durante una terapia, viverlo, e in seguito verificarlo attraverso nuove esperienze tanto spesso quanto sarà necessario, fino ad acquisire la certezza di non sbagliarsi. Poiché questi bambini da adulti emozionalmente immaturi, o anche perturbati, hanno dovuto credere per tutto il tempo che i loro sentimenti e i loro bisogni fossero falsi. Dicono a sé stessi che se fossero stati veri, i loro genitori non avrebbero rifiutato per lo meno di stabilire una comunicazione con loro. Credo che nessuna terapia sia in grado di soddisfare il desiderio che senza dubbio molti sentono, cioè che finalmente vengano risolti tutti i problemi con cui fino ad allora si sono dovuti scontrare. Questo però non è possibile, perché la vita ci mette di fronte, e continuerà a farlo, a problemi sempre nuovi, in grado di riattivare i vecchi ricordi di cui il corpo ha mantenuto traccia. Ma una terapia dovrebbe aprire la via che conduce ai propri sentimenti, il bambino ferito di un tempo dovrebbe essere autorizzato a parlare, e l’adulto dovrebbe imparare a comprendere il suo linguaggio e a tenerne conto. Se il terapeuta è stato un vero testimone consapevole e non un educatore, il suo paziente avrà appreso a lasciar svelare le sue emozioni, a capirne la loro intensità ed a renderli dei sentimenti coscienti, che a loro volta lasceranno nella memoria delle nuove tracce. Naturalmente l’ex-paziente, come qualsiasi altra persona, avrà bisogno di amici con i quali potrà condividere le sue preoccupazioni, i suoi problemi e i suoi dubbi, in una forma di comunicazione più matura, nella quale i rapporti di sfruttamento non giocheranno ruolo alcuno, perché le due parti avranno già preso la misura dello sfruttamento subito durante l’infanzia. La comprensione emozionale della bambina che sono stata, e per tale via anche della sua storia, modifica il mio modo di accedere a me stessa, e mi dà sempre più forza per trattare in altro modo, più razionalmente ed efficacemente, i problemi che si pongono oggi. Non conoscere mai più sofferenze né esperienze dolorose sarebbe quasi impossibile, tutto questo esiste solo nelle favole. Tuttavia, se io non rappresento più un enigma per me stessa, posso avere una riflessione ed un’azione cosciente, posso lasciare spazio ai miei sentimenti, perché li comprendo e quindi non mi fanno più così tanta paura. In questo modo le cose possono smuoversi, e possediamo anche una sorta di strumento tra le mani che può essere utile se una depressione o dei sintomi corporei riappaiono. Allora sappiamo che ci stanno annunciando qualcosa, che forse vogliono far risalire alla superficie un sentimento represso, e possiamo cercare di lasciarlo libero di esprimersi. Come il cammino che conduce a sé stessi continua per tutta la vita, così non si ferma con la fine di una terapia. Ma possiamo aspettarci da una terapia riuscita che aiuti a riscoprire i propri veri bisogni, a prenderli in considerazione e ad imparare a soddisfarli. È proprio quello che i bambini feriti molto presto durante le loro vite non hanno mai potuto imparare.

Dopo una terapia condotta da un terapeuta, si dovrebbe quindi essere in grado di soddisfare i propri bisogni, che apparirebbero ormai molto più nettamente e con molta più forza, in una maniera che corrisponde all’individuo in oggetto, e senza nuocere a nessuno. I resti di un’educazione ricevuta troppo presto non si lasciano sempre eliminare del tutto, ma possiamo metterli in opera in modo costruttivo, attivo e creativo se li teniamo in conto in piena coscienza, anziché subirli in modo passivo e autodistruttivo come prima.

È in questo modo che, una volta divenuto un adulto cosciente, un individuo la cui sopravvivenza sia dipesa da ciò che aveva realizzato per compiacere i suoi genitori diventa capace di smetterla di sacrificare i suoi bisogni servendo gli altri come priorità, come doveva fare quando era bambino. Può cercare delle vie sulle quali impiegherà le sue capacità precocemente acquisite di comprendere gli altri ed aiutarli, pur senza trascurare i propri personali bisogni. È’ possibile ad esempio che diventi terapeuta, e che soddisfi così il suo desiderio di conoscere, ma non farà questo mestiere per provare la sua potenza, poiché non ha più bisogno di questa prova, ora che ha rivissuto la sua impotenza di bambino.

Alice Miller

 

 

 

 BIBLIOGRAFIA

 

Miller, A. (1996), Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé. Bollati Boringhieri, Torino.

 

Miller, A. (1987), La persecuzione del bambino. Bollati Boringhieri. Torino

 

Miller, A. (1989), Il bambino inascoltato. Bollati Boringhieri. Torino

 

Miller, A. (1990), L'infanzia rimossa. Bollati Boringhieri. Milano

 

Racamier, P.C.(1995), L’’inceste et l’incestuel, Les Editino du College. Trad. it. Incesto e incestuale, Caterina Santini, Franco Angeli, Milano 2003.